Lunedì 24 Luglio 2017
Shakespeare e Marlowe: chi era il mascalzone? PDF  | Stampa |

 

In "Shakespeare accaparratore", un articolo pubblicato qualche settimana fa su questo sito, facevamo presente che in Inghilterra lo studio di una ricercatrice universitaria sulla vita di Shakespeare aveva messo in luce aspetti del drammaturgo che sembravano sorprendere. Lo stupore deriva dal fatto che universalmente Shakespeare è conosciuto come poeta sommo ed illustre e quindi le considerazioni della ricercatrice spiazzavano i lettori non abituati a vederlo anche come un essere umano che, come tale, può trovarsi a vivere vicende puramente "umane".

Aldilà del genio rimane comunque l'uomo, con tutte le conseguenze del caso. Ma, io credo, non dovremmo rimanere tanto stupiti dalle vicende umane che riguardano gli affari privati di Shakespeare quando dovremmo esserlo pensando alla sua enorme produzione letteraria e quindi interrogarci: come ha fatto un uomo così occupato nei traffici finanziari e commerciali ad avere il tempo  per produrre così tante opere in un tempo relativamente breve e apparentemente senza nessuna formazione culturale adeguata per scrivere ciò che troviamo nei suoi lavori? Gli stratfordiani sostenitori di Will (cioè l'attore di Stratford a cui gli stratfordiani attribuiscono le opere di Shakespeare) sosterrebbero, ovviamente senza prove come loro consuetudine, che soffrendo di insonnia lavorava 24 ore su 24. Altri, sempre stratfordiani, direbbero che siccome "Dio è sicuramente un Inglese anche shakespeare era un Dio" e quindi si poteva permettere di fare ciò che normalmente è impossibile agli altri esseri umani. Questo sillogismo su Dio e gli Inglesi, che circolava durante l'epoca vittoriana in Inghilterra, per molti stratfordiani sarebbe accettabile e quindi sufficiente per spiegare l'enorme produttività di Shakespeare. Ma aldilà della miopia di tanti critici e studiosi il problema della identità dei lavori di Shakespeare rimane e quindi il problema non è se Will era un mascalzone oppure no, perché tanto era in buona compagnia: il divino Marlowe nella sua vita privata era davvero una persona molto discutibile, ma questo non pregiudica la sua grandezza, anzi, forse la giustifica. Genio e sregolatezza? Ricordiamo a chi non lo sapesse che il "divino Marlowe" (definito giustamente così per la perfetta bellezza della sua poesia) fu ucciso in circostanze misteriose in una taverna durante una lite con alcuni delinquenti che normalmente frequentava. Diversamente da Will però  il divino Marlowe ha una biografia da cui si può dedurre il perché della sua grandezza artistica. La stessa cosa succede per il raro Ben Jonson, drammaturgo celebratissismo dell'epoca elisabettiana anche lui molto "irrequieto", che proprio nei suoi diari personali permette di capire i 'come e i perché' della sua arte.  La stessa cosa succede anche al bravo John Florio, il nostro eroe, che la Carmichael Stopes descrive, nella sua biografia sul Conte di Southampton, come un uomo con cui era meglio non scherzare troppo. E proprio su John Florio, Shakespeare e la biografia della Carmichael Stopes sul Southampton (quel nobile a cui Shakespeare dedicò i primi diciotto sonetti del suo famoso canzoniere) la Stopes dichiara di non aver trovato collegamenti tra Will e il Southampton che giustifichi la loro conoscenza, nonostante gli stratfordiani sostengano questa tesi platealmente. Su John Florio i collegamenti tra lui e il Southampton sono chiari, profondi e rintracciabilissimi proprio anche tra gli scritti di Florio stesso. Io credo che sia il momento di tralasciare alcune tematiche "scabrose" della vita di Shakespeare (o per essere più precisi di Will) per iniziare uno studio approfondito sui legami che da sempre hanno contraddistinto il rapporto tra John Florio e il Southampton perché così facendo, come per miracolo, apparirà il volto di Shakespeare.

 
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