Domenica 24 Ottobre 2021
Da “shoulder …out of joint” (J. Florio, 1598) a “time…out of joint” (Amleto).
Scritto da Massimo Oro Nobili   
Lunedì 11 Ottobre 2021 19:21

M. O. Nobili  indaga sulla genesi della frase di Amleto: “The time is out of joint” (una delle più significative dell'intero canone c.d. shakespeariano). John Florio, nel suo dizionario del 1598, aveva tradotto il lemma “spallato” (contenuto nel testo - da lui letto - della commedia Gl’Ingannati dell’Accademia degli Intronati di Siena, con riguardo a un personaggio la cui spalla era fuoriuscita dalle giunture, a causa di un pesante fardello dal medesimo trasportato sulla spalla) nell'espressione inglese (propria della terminologia medica) “shoulder…out of joint”. La conclusione, nel dramma, è che un mondo, che è “out of joint”, è un mondo malato, che necessita (come affermava Giordano Bruno, amico di John Florio) dell'intervento di un medico, nella specie, Amleto, destinato a curarlo e guarirlo!  Ora, forse, riusciamo meglio a comprendere come il mondo, di cui parla Amleto, fosse un mondo affetto da una seria malattia, proprio similmente a quella di una spalla - l'articolazione più mobile del corpo umano, il fulcro essenziale per la rotazione del braccio - che sia fuoriuscita dalle proprie giunture.

Shoulder out of joint (775.49 kB)

 
La genesi prettamente “floriana” del First Folio (1623)
Scritto da Massimo Oro Nobili   
Martedì 20 Luglio 2021 20:24

M. O. Nobili indaga sulla genesi prettamente “floriana” del First Folio (1623), la pubblicazione sulla quale, essenzialmente, è stato costruito il “fragile castello” dell’“attribuzione shakespeariana” delle opere teatrali floriane.

La genesi prettamente “floriana” del First Folio (538.96 kB)

 
La “caduta” di Michelangelo Florio e quella di “Phaethon” (Ovidio)
Scritto da Massimo Oro Nobili   
Martedì 20 Luglio 2021 20:23

M.O. Nobili, in questo studio, indaga sul  sonetto “Phaëton  to his friend Florio” (pubblicato in apertura     dei Second Frutes di John Florio del 1591), pervenendo alle seguenti due conclusioni: 1) alla “caduta” del mitico personaggio di “Phaethon” (come descritta da Ovidio, in latino) si era ispirato Michelangelo Florio, per descrivere la propria “caduta” morale, nella lettera, in latino, da lui inviata il 23 gennaio 1552 a William Cecil; 2) l’autore del sonetto è John Florio, che intese (mediante la scelta del titolo del sonetto stesso) ricordare il proprio padre Michelangelo Florio (identificatosi nel “Phaethon” ovidiano); e ciò, in quel 1591, in cui lo stesso John Florio (nell’epistola “To the Reader” dei suoi Second Frutes), aveva pomposamente annunciato la ormai prossima pubblicazione del suo primo “epocale” dizionario italiano-inglese (“I will shortly send into the world an exquisite Italian and English Dictionary”), per la cui primigenia ideazione (“the first light”) e compilazione egli si era avvalso (per le parole italiane) di un dizionario monolingue italiano, predisposto, ma non pubblicato, dal proprio padre. Quel dizionario monolingue italiano sarebbe, di per sé, servito a poco a Londra, ma se John Florio, sulle orme del padre, avesse avuto l’ardire di tradurre in inglese (anche mediante neologismi) i lemmi italiani (aggiornandoli e incrementandoli), allora egli avrebbe dato luogo (come avvenne) a un’opera letteralmente “sovrumana”, che, se impossibile da realizzare da un singolo studioso, era il risultato del lavoro delle due generazioni dei Florio.   

La “caduta” di Michelangelo Florio e quella di “Phaethon” (1.77 MB)

 
Il “perder tempo” in Dante (“Purgatorio”), negli Intronati di Siena (“Gl’Ingannati”), e in Shakespeare (“Love’s Labour’s Lost”)
Scritto da Massimo Oro Nobili   
Venerdì 26 Marzo 2021 09:26

Nel presente studio, Massimo Oro Nobili, a 700 anni dalla morte di Dante, indaga su un tema fondamentale, nella vita umana, quello del grande “valore del tempo”, “che non va sprecato”, in merito al quale, Dante (XIV sec.) aveva affermato, in via generale, come “perder tempo a chi più sa più spiace” (Purgatorio, Canto III,78). Gli Intronati di Siena (XVI sec.), nel loro capolavoro Gl’Ingannati, riprendono tale tema dantesco, affrontandolo, però, nell'ambito di uno dei temi cruciali di tale loro opera (invero, sinora, non investigato dagli studiosi), quello del tempo impiegato nelle pene di un amore perduto: allora il dibattito si accende fra Flamminio (che, contrastando l’affermazione, posta in via generale da Dante, afferma categorico: “perder questo tempo mi piace”, volendo esprimere un concetto, invero, assai profondo, quello che oggi è definito “il tempo di elaborazione del lutto per la perdita di un amore”) e Lelia (che, in accordo con Dante, invece, afferma, rivolgendosi a Flamminio: “Voi perdete il tempo”). Infine (Prof. Hilary Gatti -1998), “chez [John] Florio” la “commedia senese de Gli ingannati non disponibile in traduzione” raggiunse “Shakespeare [che la] ha senz’altro utilizzata come fonte”: e il titolo dell'opera shakespeariana Love’s Labour’s Lost sembra dare ragione a Dante: è fatica e tempo perso,  anche quello impiegato nella pena d'amore.

 

Il perder tempo in Dante (508.6 kB)

 
Tasso tra Amleto e Segismundo
Scritto da Giampiero Giampieri   
Lunedì 15 Marzo 2021 17:26

Questo saggio, nato dall'ammirazione di chi scrive per la poesia e la figura di Torquato Tasso, intende contribuire a ridare al poeta italiano il posto che gli spetta nel contesto della letteratura europea del Seicento. Nell'800 e nel '900, i nostri critici non seppero più o non vollero intuire la bellezza e la profondità di quella poesia 'cattolica.' Preferirono vedere in lui un cortigiano pavido, un servo avvilito e sconfitto del potere costituito. Invece il Tasso fu un 'faro' (così avrebbe detto Baudelaire) che illuminò la mente dei due sommi che crearono i personaggi di Hamlet e di Segismundo." 

 

Tasso tra Amleto e Segismundo (1.06 MB)

 
La stella di Shakespeare
Scritto da Davide Gucci   
Lunedì 15 Marzo 2021 17:24

Con il prologo dell’Amleto, Shakespeare ci parla di un evento astronomico accaduto trent’anni prima della sua messa in scena e che ci testimonia di un suo sguardo verso la disputa attorno ai modelli celesti ed i fenomeni astronomici accaduta a Londra negli anni precedenti all’arrivo di William da Stratford. Lo sguardo che Shakespeare mostra nelle sue opere oscilla tra due immagini complementari: da una parte avvicinava il pubblico dell’epoca tramite una visione arcaica (che riconosce in questi inaspettati eventi profezie e sventure), dall’altra inserire elementi che rivelano una visione molto più simile alla visione post-copernicana espressa da Giordano Bruno. Una visione generale che ancora una volta avvicina l’apporto di John Florio alle opere di Shakespeare.

 

La stella di Shakespeare (1.75 MB)

 
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